
P.M. in un’acutezza della seconda peggior fase di depressione della sua vita, la prima fu verso i diciott’anni quando un mattino capì di non riuscire ad alzarsi dal letto e dopo venti minuti in cui già solo fissare la tappezzeria di fianco al proprio letto gli aveva levato ogni residua forza vagamente si chiese come avrebbe fatto ad arrivare fino al bagno, sente un sottile spaccarsi dentro lo stomaco che gli ricorda quei quattro giorni attorno ai diciotto anni e si sente non triste, non disperato, perché rattristarsi o provare disperazione implicano un’azione, un effetto, una reazione: invece, P.M., non fa, non combatte, si arrende ma non nell’accezione che ci piace dare alla resa, come un eroe di guerra che getta il fucile nel fango sotto la pioggia, le ciglia che si chiudono sullo sporco e la gavetta rancida nonché incisa con frasi populiste e un cuore affianco alle iniziali di C.D.; C.D. del resto ha i suoi problemi quotidiani, tra cui attendere con ansia il vecchietto che gira tutti i negozi imbracciando un pennello per termosifoni che inzuppa in un secchiello da cinque litri di una mistura fatta di grassi, tipo grafite e vaselina, e poi passa nelle guide delle saracinesche con una perizia meravigliosa, non sbava, non sporca il cristallo delle vetrine e C.D. ha questo problema, appunto, che la sua saracinesca scivola a fatica e così non può evitare di farsi male ogni mattina alla schiena tirando su -tla-tlaa-tlatlatlaaaank- gli occhi alla merce che espone e vende.
SHOT by joster
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